La fede comincia col credere nell’amore, col farsi amare da Dio
Pubblicato giorno 7 giugno 2020 - In home page, Senza categoria
Omelia del Vescovo Marcello Semeraro durante la messa del Battessimo di Katia e Lucia e altri 13 catecumeni della diocesi di Albano, sabato 06 giugno 2020, Solennità della Santissima Trinità.
Se vedi la carità, vedi la Trinità
1. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Amare e credere sono i due verbi che abbiamo appena ascoltato nell’annuncio del vangelo. Amare: è questo che il Padre fa per noi. Non è un’azione puntuale, ma un agire ricco di una interiore dinamica che si conclude solo quando ha raggiunto il suo effetto, ossia il dono del Figlio suo al mondo. Il rapporto di Dio col mondo noi credenti lo riconosciamo presente fin dall’inizio, nell’opera della creazione.
La Bibbia ce la descrive nelle prime pagine e il Catechismo di san Pio X lo spiegava, questo rapporto Dio-mondo, in termini di onnipotenza: Dio può tutto ed è così che «ha creato il cielo, la terra e tutte le cose che nel cielo e nella terra si contengono, cioè l’universo mondo» (Catechismo Maggiore, I, 1, 22). L’opera della creazione è anche opera di armonia e di bellezza e rileggendo il racconto biblico vediamo quanto essa sia davvero un’opera d’arte. È di una bellezza e bontà tali, che sciuparla, rovinarla, deturparla, la creazione, è un vero peccato (cf. Francesco, Lett. enc. Laudato si’, n. 8).
La creazione, però, è soprattutto opera d’amore: un amore che dona (perché questa è la prima proprietà dell’amore: chi ama dona!) e che si completa fino a quando il Padre non giunge al dono del Figlio. Silvano dell’Athos, un monaco dei nostri tempi che la Chiesa d’Oriente venera come santo, scriveva: «Dove trovi un padre che muoia sulla croce per le colpe dei figli? Di solito un padre si affligge e si addolora per un figlio che deve essere punito per i suoi delitti, ma per quanto sia addolorato, gli dirà comunque: “Non hai agito bene, e giustamente sei punito per le tue azioni cattive”. Il Signore non ci dirà mai qualcosa del genere. Dirà anche a noi come all’apostolo Pietro: “Mi ami?”, così anche in paradiso chiederà a tutti gli uomini: “Mi amate?”. E tutti risponderanno: “Sì, Signore, ti amiamo. Ci hai salvato per mezzo delle tue sofferenze sulla croce e adesso ci hai donato il regno dei cieli”» (Nostalgia di Dio, Qiqajon-Bose, Magnano 2011, 146).
2. L’energia che attraversa la storia e il mondo è l’amore di Dio, che ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito. Questo amore ci rende vivi e capaci, a nostra volta di amare. Dio non s’offende se, quando cominciamo ad amare, non cominciamo con l’amare Lui. Egli è l’Amore ed è già felice se ci impegniamo ad amare gli altri, se li amiamo come Lui li ama, ossia donando. Scriveva sant’Agostino: «Nessuno dica: “non so che cosa amare”. Ami il fratello ed amerà l’amore stesso…». Chi ama davvero, chi ama donandosi e donando giungerà prima o poi a conoscere Dio perché Dio, proseguiva Agostino, «gli sarà più noto che il fratello; molto meglio noto, perché più presente; più noto perché più interiore; più noto perché più certo. Abbraccia il Dio amore e abbraccia Dio con l’amore» (De Trinitate, VIII, 8, 12: PL 42, 957).
Non si ama mai inutilmente, quando lo si fa per davvero. Dio ha tanto amato il mondo da dare… Ora, la fede comincia col credere in questo amore; comincia col farsi amare da Dio; comincia accettando il dono del Figlio. Abbiamo di sicuro notato che, quando ci parla di lui, l’evangelista lo chiama per due volte «unigenito». Qui non significa semplicemente l’avere un solo figlio, ma piuttosto un Figlio nel quale per il Padre c’è «tutto». Senza quel Figlio non c’è nulla. Lo stesso Dio cristiano non esiste senza quel Figlio! Senza Figlio non c’è Dio, nella fede cristiana. Solo così giungiamo a intuire la grandezza incommensurabile del suo amore per noi, del dono che ha fatto a noi.
Di cosa, per Dio, voglia dire avere un Figlio unigenito possiamo farcene una benché pallida idea se rileggiamo nel libro della Genesi la storia di Abramo, quando fu chiamato a donare il suo figlio, Isacco: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami … e offrilo» (22,2). Questo vuol dire, per il Padre del cielo, avere un unigenito: averlo non come un possesso, ma come un dono. E san Giovanni conclude che per essere salvati, per avere non soltanto una vita, ma la vita eterna, occorre credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
3. Voi, carissimi, che tra poco riceverete il santo Battesimo, abbiate a mente questa espressione: nel nome… Sarete, infatti, battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Cosa vuol dire: nel nome? In questa formula liturgica, già testimoniata dal vangelo secondo Matteo (28,20), significa essere posti «in relazione»: al Padre, che ci ha tanto amati da darci il suo Unigenito; al Figlio, il quale ci ha rivelato e comunicato l’amore col quale da sempre è amato dal Padre; allo Spirito Santo, che questa rivelazione e questo amore ce lo imprime nella carne e nel cuore.
Essere-in-relazione è la struttura della nostra vita: siamo vivi e siamo qui, perché altri ci ha generati e questo è relazione; siamo vivi e siamo qui mentre abbiamo fratelli, amici e, fra voi, carissimi, c’è chi ha la sposa, lo sposo, i figli … e anche questo è relazione. Ora, in questa famiglia che è la nostra esistenza e la nostra storia, col Santo Battesimo hanno un posto reale il Padre, il Figlio e lo Spirito. Il loro è un posto di amore e la nostra relazione con loro è amore. La loro stessa relazione, il loro essere insieme è amore e noi lo chiamiamo Trinità Santa.
Oggi la Chiesa, che dalla Trinità è nata, che in essa vive e verso cui tende, lo ripete a se stessa, con gratitudine. Considerando tutta la sua storia, la Chiesa la vede comunque immersa nell’amore che questa parola, Trinità, contiene. Tutti noi possiamo fare ugualmente: voi, io, tutti, sapendo di non sbagliare, perché chi vede e vive nell’amore, vede la Trinità ed è in comunione con essa (cf. De Trinitate cit.: PL 42, 958).
Basilica Cattedrale di Albano, 6 giugno 2020, solennità della SS.ma Trinità
Marcello Semeraro