Montenegro, voce del verbo stare
Dal quartiere Minissale a cardinale. Ecco il cammino di don Franco che ha mosso i primi passi accanto al missionario Padre Andrea. Un incontro che forse ha reso possibile la storia che ora raccontiamo
DI DOMENICO BARRILÀ
CHI CERCA SPIEGAZIONI al cammino di don Franco Montenegro, darei un indirizzo sicuro. Via Campaldo, 18 – 25010 Limone sul Garda (Bs). È la casa natale di San Daniele Comboni, dove vive il novantaduenne Andrea Polati, una vita spesa tra Africa e Sicilia. Missionario nell’anima, parroco negli anni Sessanta presso il quartiere Minissale, dove trascorsi la mia infanzia e la mia adolescenza. Don Franco vi arrivò fresco di consacrazione, Padre Andrea fu la roccia su cui il prete novello sbatté, la stessa sulla quale pose le fondamenta del suo sacerdozio. Il loro primo incontro, narratomi dal più giovane e confermatomi dall’altro, li fotografa. Due persone essenziali, che al dono della parola, pure usato con sapienza rara, antepongono il primato dell’attenzione alla persona. Il destino del nuovo arrivato assunse subito una felice torsione. Non si fosse imbattuto in quel comboniano dai modi sbrigativi, forse racconteremmo un’altra storia. Non me ne voglia il neo Cardinale, che allora si presentò al parroco e quello quasi non alzò la testa dalla scrivania. Immagino la scena, padre Andrea è sempre affaccendato, ma non è mai distratto. Ci sentiamo diverse volte all’anno, eppure il giorno del mio compleanno non dimentica di chiamarmi. Prima di cominciare a informarsi della mia vita, mi chiede di mia moglie, che lui adora (ricambiato), e dei miei figli. Ogni tanto vado a trovarlo. Un uomo di fede totalmente libero, come amerei fosse una persona di fede. Gli piacerebbe se tutti coloro cui vuole bene lavorassero insieme, gli rispondo che già lo facciamo perché guardiamo dalla stessa parte, quindi non c’è bisogno di stare appiccicati. Per questo credo di sapere dove guarda don Franco. “Padre Andrea, sono il nuovo sacerdote”, azzardò timidamente. Risposta secca: “Bene, la tua stanza è al piano di sopra. Ciao”. Dopo alcuni minuti il ragazzo riscende: “Scusi, padre, la finestra della mia stanza è priva di un vetro”. “Esci e cercati un vetraio!”. Di tale essenzialità, poco messinese, don Franco si è nutrito. Subito arriva un altro, fondamentale, apprendimento, il verbo “stare”. Il parroco loinvita a girare per il quartiere, a occuparsi dei piccoli. Lui ci va, poi torna e chiede cosa deve fare esattamente con quei monelli: “Siediti per terra e gioca con loro”, è la risposta. Nemmeno una virgola in più, né dall’uno né dall’altro. Per questo il loro legame non si è mai spezzato, le parole non lo consumano. In questi giorni ci siamo sentiti, con il vecchio: “Cosa vuoi tu che non sei nemmeno cardinale!”, aveva esordito. Poi: “É l’ultima cosa che Franco avrebbe desiderato”. Ma ogni tanto dissento da padre Andrea. So per certo che ogni uomo desidera essere ricordato, sana malattia che pervadeva anche Gesù, la differenza è nel fine ultimo. Vale anche per Don Franco, ma lui è lontano dal nutrito schieramento patologico che presidia molta parte della chiesa, fatto di gente convinta che Gesù sia venuto per contrastare il fenomeno della masturbazione oppure per correggere le bozze del discorso di Ratisbona. Una compagine ampliatasi sotto Wojtyla e Ratzinger. Nell’orizzonte di costoro manca un particolare, che valutano insignificante, la Persona. Non ne parlano mai, forse per rispetto, chissà, sembra gli faccia impressione. In compenso sono travolti da una costante epidemia cerebrale, la stessa che domina gli articoli di Vittorio Messori, e amano gli eccessi del Rococò, come il battesimo, in piazza San Pietro e in Mondovisione, di Magdì Allam. Costui fu accompagnato dal ciellino Lupi, esponente del movimento politico che si legittima col pretesto religioso, ma che sta al cattolicesimo come l’ombra al Sole. Infine Messina. Finalmente, un raggio di luce. La Madonna della Lettera, sua patrona, fornisce braccia valorose a Francesco. Oltre al neo cardinale occorre ricordare il direttore di Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro, uomo stimato dal pontefice, che gli concesse la prima intervista appena eletto. Se la Città dello Stretto si mette sulle piste di questi concittadini, e ne assimila la lezione, fatta di preparazione, costanza, passione, forse ritrova la strada. La chiesa delle buone notizie passa anche da queste parti. Se Francesco tiene duro, Dio potrebbe tornare ad essere “anche” cattolico.