La Parrocchia di San Giacomo Apostolo Comabbio

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Via Roma, 158 – 21020 Comabbio (VA)

Diocesi di Milano      Decanato di Sesto Calende 

 

La Chiesa parrocchiale e il Santuario – Cenni storico-artistici

 

 

1. UBICAZIONE ED INQUADRAMENTO

Il Santuario della Beata Vergine del Rosario e’ una delle 4 chiese attualmente esistenti a Comabbio, paese della provincia di Varese. Viene a trovarsi accanto alla Parrocchiale, sulla sommita’ di un colle che i residenti chiamano il “moet” (espressione dialettale che, in quasi tutta la Lombardia, indica per lo piu’ una collina, un’altura tondeggiante) e che e’ ben visibile percorrendo la superstrada che collega Vergiate a Besozzo.

Gli edifici che sono stati costruiti in questo luogo (le due chiese, la casa del parroco, l’attuale oratorio e una casa privata) sono raggiungibili unicamente percorrendo la Via Roma, una strada a senso unico che passa proprio al di sotto del santuario, salendo poi al piazzale situato di fronte alla chiesa parrocchiale e da qui discendendo fino alla piccola piazza centrale del paese.

Dalla via Roma, un ulteriore accesso al Santuario e’ consentito da una grande scalinata in sasso e selciato, realizzata per volonta’ di uno dei parroci, Don Felice Sigurta': questa, costruita tra il 1817 ed il 1824 su disegno dell’ing. Luigi Rossi della Cassina Framartino, richiese lunghi tempi di realizzazione, anche perche’, per poterla far giungere fino all’ingresso del Santuario stesso, si dovette modificare il percorso della strada comunale sottostante. Definitivamente ultimata nel 1934, e’ stata totalmente restaurata nel 1986 dall’attuale parroco Don Fermo Gorla.

2. CENNI STORICI

La collina su cui sorgono, oggi, i due edifici religiosi di Comabbio e’ stata piu’ volte oggetto di studio da parte degli storici; essi volevano, infatti, dimostrare l’esistenza degli eventuali insediamenti che in questo luogo si sono avvicendati nel corso dei secoli.

Oggi, le notizie certe attestate dai documenti non sono molte.

Risalendo oltre il XIII secolo, infatti, si e’ piu’ portati verso la tradizione, verso la leggenda (che vuole in questo luogo l’esistenza di un castello) che non verso la verita': pochi sono, non a caso, i documenti e solo alcuno parlano di un “LOCO ET FUNDO COMABIO TAM IN CASTRO QUAM FORIS CASTRO“(1041), del quale e’ davvero difficile stabilire l’epoca di erezione.

Le notizie piu’ sicure su quello che i comabbiesi chiamano “colle del MOET” o “MOTTO”, per dirla in italiano corrente, si trovano riferiti alla costruzione, o meglio, all’esistenza degli edifici religiosi edificati sul terreno.

Nel “LIBER NOTITIAE SANCTORUM MEDIOLANI” di Goffredo da Bussero, datato XIII sec., si trova notizia dell’esistenza di due edifici religiosi: la chiesa di S.Maria (odierna parrocchiale) e la chiesa di S.Giacomo di Alfeo, costruita sul terreno dove sorge l’odierno santuario e che, almeno inizialmente, poteva essere la chiesa parrocchiale.

Anche analizzando i documenti relativi alle visite pastorali, compiute negli anni successivi, questa doppia presenza e’ attestata: nel 1550, a seguito della visita del Cardinal Borromeo, vengono imposte delle “ordinazioni” relative alla sistemazione della chiesa di S. Giacomo , inerenti in particolare al tetto e alla sepoltura dei morti che si trovavano in detta chiesa, allora probabilmente adibita a cimitero.

Nel 1574, con nuove ordinazioni, altri riferimenti vengono fatti a proposito della chiesa di S. Maria: nulla viene, invece, deciso per S. Giacomo .

Nel 1578 i documenti attestano una nuova visita pastorale e, in essi, viene descritta in modo dettagliato la chiesa di S. Maria: su S. Giacomo compare solo un breve accenno, che si riferisce nuovamente al cimitero, nel quale doveva comunque trovarsi la chiesa, ed alle tombe in esso contenute.

Nel 1596 il cardinale F. Borromeo e’ in visita alla Parrocchia di Comabbio: diversi, infatti, sono i documenti, ritrovati sia presso l’Archivio Parrocchiale che presso quello della Curia Milanese, che parlano di questo evento.

In uno di essi si parla in modo dettagliato della chiesa parrocchiale , descritta in ogni sua parte (BAPTISTERIUM, ALTARE MAIUS, ECCLESIA, SACRISTIA, CAMPANILE) e solo alla voce COEMETERIUM si fa riferimento a S. Giacomo: “…il cimitero situato in parte dinanzi alla facciata della parrocchiale e in parte dietro di essa,…sul lato meridionale e su quello orientale e’ posto fra la stessa e la chiesa di S. Giacomo”.

Un altro documento tratta delle disposizioni rilasciate dal Cardinale ed esse sono rivolte anche alla chiesa di S. Giacomo: “…la volta sia coperta con assi; un’apertura o una finestra sia costruita in direzione del muro che cinge il giardino parrocchiale; (…) il pavimento sia reso piu’ decoroso e la chiesa, di notte, sia sempre chiusa con un catenaccio.

Sono questi i nuovi provvedimenti che interessano S. Giacomo .

Una descrizione piu’ accurata dell’edificio viene fatta in un altro testo, ritrovato nell’Archivio milanese unitamente all’inventario delle PROPRIETA’ attribuibili alla parrocchia di Comabbio: in essa il cardinale dice di “…aver, in seguito, visitato la Chiesa di S. Giacomo, unita alla parrocchiale di S. Maria, che ha un altare ad oriente situato in una cappella emisferica e nella quale e’ collocato un dipinto della Beata Vergine, ricco e vecchio. L’altare e’ tutto in pietra con il ripiano sopra in legno, che ogni tanto viene coperta da una tovaglia.”

Anche questo documento parla della mancanza di una copertura adeguata e definisce questa come “indecens“; inoltre, descrive un pavimento in mattoni e registra, sotto di esso, la presenza di quattro sepolcri, due appartenenti alla comunita’ e due della nobilta’ del paese. In seguito, il testo fa riferimento ai muri, a quanto pare intonacati di bianco, ma e’ difficile essere piu’ precisi in quanto la scrittura si fa sempre meno chiara.

Nel 1606 un’altra visita vicariale ed un documento veramente illeggibile ci attestano ancora la presenza della chiesa di S. Giacomo (“…Reparatio ecclesiae S. Jacobi…”)

l’anno successivo, 1607, e’ documentata la fondazione da parte di Frate Dionigi (Besozzi) della Cappellania della Concezione della Beata Vergine Maria. Questa, istituita nella chiesa di S. Giacomo (che quindi esisteva di certo) e unita all’Arciconfraternita di . Maria Sopra Minerva a Roma (attestato cio’ anche dal bassorilievo tuttora esistente nella Chiesa Parrocchiale) era di iuspatronato della famiglia Besozzi, una delle famiglie piu’ importanti e ricche del paese.

e’ noto che i francescani erano, all’epoca, accaniti sostenitori dell’Immacolata Concezione e quindi la cappella situata nell’odierna parrocchiale fu con ogni probabilita’ costruita in quel periodo. Ma questo e’ un altro discorso…

Gli inizi del Seicento, comunque, furono pieni di forti insicurezze dal punto di vista politico-economico e la devozione mariana, assieme a tutte le manifestazioni ad essa collegate, avevano subito un forte incremento.

Cio’ che riguarda l’istituzione della confraternita a Comabbio non e’ un caso isolato: molti altri paesi della Pieve di Besozzo ( tra cui Travedona, Biandronno, Angera, Inarzo…tutti paesi limitrofi a Comabbio) vedono, in questi anni, nelle loro chiese, l’istituzione di una simile confraternita rosariana.

Dunque, e’ probabilmente da questi fatti che comincia a fari sentire, a Comabbio, l’esigenza di un luogo mariano piu’ consono alla devozione degli aderenti alle confraternite.

Dai decreti del Cardinal Borromeo emanati nel 1609, a seguito della visita del delegato Cesare Pezzano, appare chiara la volonta’ della popolazione di modificare, o meglio riedificare, la vecchia chiesa romanica di S. Giacomo.

Il cardinale pone pero’ dei limiti a questa nuova costruzione per cio’ che riguarda l’orientamento: il futuro edificio dovra’ essere rivolto ad oriente, in quanto antica parrocchiale del luogo .

I fatti, poi, smentiranno.

Quello che accadde in seguito non e’ facile da ricostruire: la documentazione, piuttosto frammentaria, non permette di seguire le fasi della costruzione: mancano i dati dal 1610 al 1635. Si puo’ ipotizzare, pero’, che i lavori andassero piuttosto a rilento, considerato anche il periodo storico in cui epidemie, carestie, scorrerie di eserciti predatori fecero diminuire sensibilmente le capacita’ economiche della popolazione.

Nemmeno nel documento, datato 1636, riguardante i danni arrecati dai francesi, si fa cenno alla nuova chiesa o alla nuova costruzione… Si parla solo dell’immagine della Beata Vergine “…spoliata a fatto…” e non si puo’ sapere se ci si riferisce alla statua lignea dell’altare a all’affresco posto nella chiesa principale.

Solo due brevissime righe, poste sotto la scritta ORDINAZIONI e datate 1636 dicono che “l’oratorio si serri sul frontespizio con un cancello di legno” ma… a che punto e’ la fabbrica?

 Altri documenti frammentari di quell’epoca parlano di una chiesa della Madonna del Rosario dove si fa la processione una volta al mese.

Si puo’ quindi supporre che, sebbene ancora in costruzione, la chiesa fosse gia’ funzionante, che avesse perso la vecchia dedicazione a S. Giacomo e che avesse acquistato quella del Santo Rosario.

Nel 1640 un altro documento ricorda che “…in detta cura vi e’ un oratorio dedicato al Santissimo Rosario, il quale si va fabbricando con l’elemosine dei devoti…” e questo fa supporre che la fabbrica non fosse ancora terminata.

A meta’ del Seicento, la nuova chiesa puo’, pero’, dirsi conclusa, forse proprio come oggi ancora la vediamo e cioe’ con il perimetro delle pareti esterne incompiuto.

In una carta del 1652 della zona dei laghi, appare ben visibile l’edificio a pianta centrale, che spicca sul colle del paese.

La descrizione piu’ chiara, pero’, la fa il Cardinale Federico Visconti nel 1683. Egli dice che : “…accanto alla Parrocchiale e’ stato eretto l’oratorio della Beata Vergine del Rosario, a pianta ottagonale di 16 cubiti, nel quale e’ una statua dorata collocata sopra un’elegante struttura d’altare.”. Dunque, la statua e l’altare che ancor oggi vediamo, esistevano gia’ alla fine del Seicento.

Nel documento si ricorda, inoltre, che vi e’ eretta, in forma canonica, la confraternita del S. Rosario e si indica di far dipingere il simbolo dello Spirito Santo nello spazio sacro sulla volta della cappella.

L’archivio parrocchiale, inoltre, ci permette , tramite la consultazione del Libro dei Morti, di sapere che dal 1676 al 1785 la sepoltura dei morti avveniva nell’Oratorio (“…Christophoro Besozzi…li si diede sepoltura subito dentro la porta a mano sinistra, nell’Oratorio della Madonna, in una cassa...”).

Prima della visita vicariale del Cardinal Pozzobonelli, datata 1748, si e’ trovato un unico documento del 1704 che fa riferimento all’edificio. Dovrebbe trattarsi di altre ordinazione, peraltro veramente illeggibili.

Decisamente dettagliata e’, invece, la descrizione dell’edificio fatta nel 1748 dal Pozzobonelli. Due sono i documenti trovati. uno, appartenente all’Archivio della Curia, riporta: “L’Oratorio…e’ situato nel cimitero della chiesa. Ha forma ottagonale e misura 12 braccia di lunghezza e di larghezza; ha pareti imbiancate, la cupola in muratura e il pavimento in pietra arenaria. L’unico altare e’ cinto da una balaustra marmorea con colonnine. Il pavimento del presbiterio e’ in laterizio; nella nicchia dell’altare, in legno e finemente ornata, vi e’ la statua della Vergine… Nell’Oratorio vi e’ un unico sepolcro con due pietre tombali, nel quale e’ tradizione che vengano tumulati i cadaveri degli uomini e delle donne.“. Seguono due decreti: “le balaustre in marmo siano munite di cancelli.” e “Si scavi un altro sepolcro per la sepoltura dei cadaveri delle donne.”

L’altro documento, appartenente all’archivio parrocchiale, scritto in italiano anziche’ in latino, paragona l’edificio alla chiesa di S.Sebastiano a Milano, anche se non cos?rande. Il testo, riguardante la visita del Pozzobonelli, contiene anche un importante riferimento alla Confraternita: si parla, infatti, di una confraternita del S.S. Sacramento e della Scuola della Dottrina Cristiana, senza fare alcun riferimento a quella fondata 150 anni prima.

Si puo’ quindi supporre (anche senza documenti che lo confermino) che quella confraternita non esistesse piu’, che la devozione alla Vergine fosse mantenuta solo per tradizione e che, forse, nel corso degli anni, l’Oratorio si fosse legato piu’ alle pratiche funerarie che non a quelle devozionali proposte dalla Confraternita nei primi del Seicento.

Dopo questa visita i documenti si fanno rarissimi e si puo’ solo supporre cio’ che accadde.

Probabilmente, nel corso dell’Ottocento, l’edificio cadde in disuso. Dai formulari compilati in occasione delle due visite pastorale del Cardinal Ferrari, tenute tra il 1898 e il 1905 e compilate dal parroco Nava, si sa che nell’oratorio si celebrava solo la festa del Santo Rosario e che al suo decoro si provvide con le entrate della Chiesa Parrocchiale. Le quali, per la verita’, dovevano essere piuttosto scarse visto che, nel 1906, all’arrivo del nuovo parroco, Don Felice Sigurta’, le condizione dell’edificio risultano essere deplorevoli, al punto che, avendo bisogno di un ambiente per le opere parrocchiali, egli decise di far portare la Statua della Madonna nella Chiesa Parrocchiale, dove fu posta nell’unica cappella laterale esistente. In seguito, fu posta nella Canonica, in attesa di una sistemazione migliore.

Attorno agli anni della Prima Guerra Mondiale,secondo testimonianze raccolte fra la gente, l’Oratorio fu poi utilizzato come ripostiglio e, successivamente, come teatro parrocchiale.

Scrive, infatti, il Sigurta': “I maggiorenti della Parrocchia piu’ volte mi hanno consigliato di abbattere questo oratorio, non fosse altro che per dare alla casa parrocchiale piu’ luce ed un panorama incantevole, pero’ io mi sono sempre opposto.”(1933)

Nonostante questo, egli dovette comunque prendere un provvedimento drastico, finendo col vendere l’artistico altare del Seicento ali Padri Passionisti di Caravate per l’irrisoria somma di lire 2000.

Fu la visita pastorale del Cardinal Schuster, nel 1933, a dare l’occasione al prelato di raccomandare il ritorno all’uso antico dell’edificio.

Egli raccomanda che “..l’antica chiesa della Madonna del Rosario non venga adibita a scopi estranei alla pieta’. Il parroco si astenga, per ora, da ogni innovazione: piu’ tardi, la chiesa sia fatta tornare al culto della Madonna e si riporti il suo simulacro.”

Con la successiva visita, nel 1939, il Schuster esorta il nuovo parroco Don Battista Crespi e restituire al culto l’oratorio rosariano: “Vegga il novello parroco di restituire al culto il millenario tempio della Madonna ora ridotto in teatro.”

Il tempio, in realta’, non e’ affatto millenario; comunque, i lavori di restauro iniziarono subito dopo, per culminare con la nuova affrescatura e la decorazione del pittore Giacomo Coppini della Scuola del Beato Angelico, il 9 Giugno del 1940. Di questo intervento, che doveva essere assai massiccio, non e’ stato ritrovato alcun documento ne’ riferimento storico scritto, ad eccezione di una data incisa sulla parete sud del presbiterio: 1948.

L’altare, venduto ai Passionisti, venne riscattato per l’enorme cifra di mezzo milione di lire e, da allora, ricollocato nell’oratorio, che, nel frattempo, era divenuto SANTUARIO e popolare meta di devozione mariana.

3. LO STATO ATTUALE

L’edificio propone un impianto centrale a pianta ottagonale, segnalando una certa analogia con altre costruzioni religiose (cappelle isolate, cappelle dei Sacri Monti e oratori devozionali) risalenti al 1600, sparse ovunque sul territorio lombardo. La volta che ricopre la struttura era, fino a quindici anni fa, ampiamente decorata: oggi, nonostante l’intonacatura bianca del 1983, ha un bel gioco di profondita’, con fasce rilevate agli angoli degli spicchi che si innestano al lanternino sommitale. Questo, pure ottagonale, irradia luce tramite una finestra di piccole dimensioni che qui trova posto.

Sulla pianta dell’ottagono, si innesta un presbiterio rettangolare, collocato a sud, nel quale, all’interno e’ possibile ritrovare gli arredi piu’ significativi. Uno di questi e’ un’imponente altare con tutta probabilita’ risalente alla prima meta’ del Seicento: e’ realizzato in legno intagliato, di colore oro, con una doppia serie di colonne lavorate che sostengono un timpano a volute; in questo, sono inseriti due putti che reggono la corona della Vergine. Le colonne anteriori sono ornate da un delicato decoro raffigurante tralci di vite e diversi simboli religiosi, che salgono avvolgendo la colonna a spirale. Al centro dell’altare, posta in una nicchia, si trova la Statua della Beata Vergine con il Bambino, realizzata in legno policromo e risalente, come il resto dell’altare all’epoca seicentesca.

Sotto di essa, posta sopra la mensa dell’altare, e’ incastonata una tela coeva, attribuita (senza assoluta certezza) al pittore Panfilo Nuvolone, attivo al Sacro Monte di Varese nel 1650, e raffigurante le anime purganti.

Allo stesso periodo storico, viste le affinita’ di decoro e materiali, pare risalire anche la trave in legno intagliato, posta sotto l’arco, in corrispondenza del punto in cui tre gradini “staccano” il presbiterio dal resto della struttura: come quella situata nella chiesa parrocchiale, essa e’ databile alla meta’ del XVII secolo.

Altre opere di un certo valore artistico sono il paliotto a scagliola che orna la mensa d’altare, risalente con ogni probabilita’ alla bottega dei Solari nel XVIII secolo (altri due si trovano nella parrocchiale e sono stati recentemente restaurati), e gli stendardi processionali ,tra i quali si trova quello della Confraternita del Santo Rosario, di indubbio valore storico.

Nonostante ci siano interessanti notizie e soprattutto molta curiosita’ attorno a questo edificio (come pure non mancano leggende e fantasie, che alterano troppo spesso la verita’ storiografica) il nome dell’architetto progettista e’ ,a tutt’oggi, sconosciuto, dato che non se ne e’ trovato riferimento negli scarsi documenti reperiti; allo stesso modo, e’ ignota la data precisa dell’inizio e della fine dei lavori.